ANNI RUGGENTI: IL CINEMA ITALIANO DEI ’60-‘70

IL FANTASMA DELLA LIBERTA’

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—“Anni rabbiosi e mai appagati, quando ogni film realizzato rinviava ad un background collettivo che gli garantiva un surplus di senso e che lo riassorbiva in una fitta rete di assonanze, interferenze, complicità. Come dire: negli anni sessanta quasi ogni film parlava al plurale e diceva “noi”, mentre prima e dopo quel periodo anche il film animato dalle migliori intenzioni ci appare oggi (col senno del poi) condannato a non essere altro che un’escrescenza o una protuberanza dell’ ”io”. Colpa o merito di un particolare e forse irripetibile spirito del tempo” [Gianni Canova]
—Il cinema è il medium che meglio di tutti è in grado di continuare a riproporre miti e riti, e cioè un insieme di simboli ed un insieme di gesti che recuperano esperienze sotto traccia, danno loro una veste, e le trasformano in pratiche da riconoscere ed in cui riconoscersi… [Francesco Casetti, “L’occhio del Novecento”]

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Sono anni di profonde trasformazioni negli assetti dell’istituzione cinema: ristrutturazioni  a livello produttivo, una cinematografia in grado di coniugare spettacolo e qualità, lo schiudersi delle porte ad una quantità di registi esordienti così come di nuovi attori ed operatori del settore.

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E, sul piano della fruizione, aumento dei consumi ma anche raffinarsi della domanda da parte di un pubblico più esigente e consapevole (sviluppo dei circuiti d’essai e diffusione della cinefilia, intesa come aspirazione ad una solida formazione cinematografica).

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Modifiche anche negli orizzonti della narrazione, con maggiore ricchezza e densità delle storie e profonde trasformazioni nelle modalità della loro organizzazione, con racconti che superano la linearità a favore di strutturazioni temporali, spaziali e logiche più complesse nella distribuzione dei segmenti narrativi.

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Ed ancora, sul piano espressivo (grazie anche agli sviluppi tecnologici), espandersi delle modalità linguistiche visive (pianisequenza, movimenti di macchina liberi ecc.) e sonore (nuove complessità nel mixage della colonna sonora).

Una “tensione verso il nuovo” che si evidenzia, soprattutto, nell’apertura a tematiche scomode (o rimosse nel decennio precedente) che vanno ad allargare un immaginario collettivo asfittico; “un nuovo” testimoniato anche dall’allargarsi delle maglie della censura.
Si parla correntemente di cinema dell’ “impegno”, di cinema del “messaggio”, all’interno di un panorama socioculturale in cui maggiormente si evidenziano le interrelazioni tra la produzione filmica ed un contesto politico ed ideologico in piena, utopica ebollizione.

Un cinema, quello dei ’60 e ’70, in grado di interpretare e riarticolare le tensioni di quel tempo, ponendosi ora come testimone ora come cassa di risonanza e guida; e contemporaneamente in grado di trasformare in spettacolo quell’universo in accelerata trasformazione.

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